"Non è ancora pronto per la CAA". "Prima deve acquisire certi prerequisiti". "Aspettiamo che si sviluppi un po'". Quante volte queste frasi — pronunciate magari con le migliori intenzioni — hanno di fatto privato una persona di anni di opportunità comunicative?
Il punto è critico, e va detto con chiarezza: nella CAA non esistono prerequisiti. Non c'è un livello cognitivo minimo da raggiungere. Non c'è un'età minima di accesso. Non c'è un profilo neuropsicologico che preclude l'utilizzo di supporti comunicativi. Questo è stato chiarito dalla ricerca scientifica internazionale e ribadito dalle organizzazioni professionali del settore.
Il modello della candidatura — che per decenni ha sostenuto l'idea che certi prerequisiti fossero necessari — ha causato danni enormi. Ha ritardato l'intervento per molte persone, privandole di anni in cui avrebbero potuto comunicare, esprimersi, partecipare. Ha creato un circolo vizioso: senza intervento, la persona non sviluppa le abilità; senza le abilità, non si ritiene "pronta" per l'intervento.
Il modello di partecipazione ha ribaltato questa logica. L'unico vero prerequisito è la presenza di reali opportunità di comunicazione. E queste opportunità devono essere create dall'ambiente, non aspettate dalla persona.
Questo non significa che ogni persona utilizzerà lo stesso sistema con la stessa complessità. Significa che a ogni persona deve essere offerta la possibilità di comunicare, al livello che le è accessibile, con gli strumenti più adatti, fin da subito. Il resto viene dopo, con il tempo, con la pratica, con il supporto.
