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    Non parlare non significa non pensare

    28 Maggio 2025di Roberta Cristofani

    Questo è forse il principio più importante di tutta la CAA, e vale la pena ripeterlo ogni volta che se ne ha l'occasione: non parlare non equivale a non pensare.

    Le persone che utilizzano la CAA hanno la stessa quantità e complessità di pensieri di chiunque altro. Hanno desideri, opinioni, emozioni, ricordi, sogni. Hanno cose da dire, storie da raccontare, domande a cui vogliono risposta. Il fatto che non possano farlo attraverso il linguaggio verbale non dice nulla sulla ricchezza del loro mondo interiore.

    Eppure questo errore viene commesso continuamente. Uno dei rischi più frequenti nella pratica clinica ed educativa è quello di interpretare i bisogni comunicativi delle persone che usano la CAA esclusivamente come bisogni fisici: fame, sete, dolore, stanchezza. Questi temi sono certamente importanti, ma non sono — e non devono essere — il centro dei pensieri degli utenti della CAA.

    Pensiamo a quante volte comunichiamo nell'arco di una giornata: con le persone che incontriamo di persona, via messaggio, via email, attraverso i social. E perché lo facciamo? Non solo per soddisfare bisogni primari. Lo facciamo per condividere, per ridere, per discutere, per connetterci con gli altri. Le persone che usano la CAA hanno esattamente gli stessi bisogni comunicativi.

    Questo ci impone una responsabilità: offrire vocabolari ricchi, diversificati, che vadano ben oltre le categorie di base. Che includano l'umorismo, le opinioni, le emozioni complesse, i riferimenti alla cultura pop, agli sport, alla musica. Trattare la persona come la persona intera che è.

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