Una delle domande più frequenti che mi vengono rivolte — sia dai genitori che dai colleghi che si avvicinano per la prima volta alla CAA — è: "ma chi la può usare?". E la risposta, ogni volta, è la stessa: tutte le persone che ne hanno bisogno.
Questo può sembrare banale, ma non lo è affatto. Perché per decenni il campo è stato dominato da quello che viene chiamato il "modello della candidatura": l'idea, cioè, che per poter accedere alla CAA una persona dovesse prima dimostrare di possedere certi prerequisiti. Essere abbastanza grande. Avere un certo livello cognitivo. Non essere "troppo grave". Aver raggiunto determinati traguardi nello sviluppo.
Questo modello ha causato danni enormi. Ha portato all'esclusione di persone ritenute troppo giovani o troppo vecchie. Ha escluso persone con disabilità intellettive, autismo, disabilità multiple, considerate "non pronte". Ha tenuto lontane dalla CAA anche persone ritenute troppo capaci, per paura che l'utilizzo di supporti comunicativi le avrebbe demotivate dal lavorare sul linguaggio orale.
Oggi sappiamo che questo approccio era sbagliato. Il modello di partecipazione, che guida la pratica moderna, parte da un principio completamente diverso: l'obiettivo non è valutare se la persona è "pronta" per la CAA, ma identificare le barriere — politiche, pratiche, attitudinali — che ostacolano la sua partecipazione alla vita quotidiana. E poi agire per rimuoverle. Il solo vero prerequisito per intraprendere un intervento di CAA è la presenza di reali opportunità di comunicazione. Punto.
Il termine "opportunità" sposta l'attenzione dalla persona all'ambiente sociale e fisico che la circonda. Siamo noi a dover creare le condizioni affinché la comunicazione possa avvenire.
