Michael Jordan disse una volta: "Il talento fa vincere le partite, ma l'intelligenza e il lavoro di squadra fanno vincere i campionati". Potremmo applicare queste parole alla perfezione al mondo della CAA.
Quando una persona ha complessi bisogni comunicativi, attorno a lei ruota un intero ecosistema di persone: familiari, insegnanti, educatori, logopedisti, terapisti occupazionali, neuropsichiatri, assistenti. Ognuno di loro osserva la persona da una prospettiva diversa, in contesti diversi, in momenti diversi della giornata. Ognuno porta un pezzo del puzzle.
Il lavoro di équipe non è un lusso. È una necessità. Senza una visione condivisa, senza comunicazione tra i diversi professionisti e le figure di riferimento, si rischia quello che potremmo chiamare il "supermercato" di dispositivi e ausili: ogni professionista propone il suo strumento preferito, senza che ci sia coerenza, senza che i diversi approcci si parlino tra loro. Il risultato è confusione per la persona e per la famiglia, e spesso il fallimento degli interventi.
Un'équipe che funziona costruisce insieme il sistema di comunicazione della persona. Condivide le osservazioni. Si aggiorna reciprocamente. Coinvolge la famiglia come parte attiva, non come semplice destinataria di istruzioni. E soprattutto, mette sempre al centro la persona stessa, la sua voce — in tutti i sensi del termine — le sue preferenze, i suoi tempi.
La famiglia, in questo contesto, ha un ruolo insostituibile. I genitori sono i migliori esperti del proprio figlio. Conoscono i suoi ritmi, i suoi interessi, le sue reazioni, il suo modo di comunicare che gli altri potrebbero non cogliere. Il professionista è esperto di CAA; la famiglia è esperta della persona.
